Il Giardino Impossibile. A Favignana

Il Giardino Impossibile. A Favignana

È la storia di una donna, che, sfidando tutto e tutti, ha dimostrato che l’impossibile è possibile. Quella di un’antica tradizione, che ha segnato la storia di un’isola intera. Quella di un luogo, restituito alla collettività come patrimonio da difendere e coltivare.

Quando Maria Gabriella Campo si trasferisce qui negli Anni Settanta insieme al marito, ad aspettarli c’è solo una piccola casa prefabbricata spersa tra le brulle campagne favignanesi. Favignana non era, allora, la meta turistica che oggi conosciamo: la vita sociale idem. Di tempo libero Maria Gabriella ne ha tanto, forse troppo. Così inizia a dedicarsi alla realizzazione di un piccolo giardino, senza pretese: giusto qualche pianta da fiore e una zona d’ombra con dei pini d’Aleppo. Oggi, il Giardino dell’Impossibile conta oltre 40mila metri quadrati di orto botanico (la metà dei quali sotto il livello della strada) con 300 specie provenienti da tutto il mondo, nucleo principale di un’area, quella di Villa Margherita, attrezzata con case e appartamenti per le vacanze.

L’impresa, va da sé, non è stata né semplice. Quando Gabriella e suo marito acquistano, poco per volta, i terreni limitrofi, questi sono del tutto incolti. Sono ex cave di calcarenite a cielo aperto (ri-utilizzate nel corso dei decenni come frutteti o, nel peggiore dei casi, come discariche abusive), reperti “archeologici” di quell’industria estrattiva che aveva fatto la fortuna economica di Favignana: la pietra estratta sull’isola veniva utilizzata per la costruzione delle case degli isolani e, grazie agli scivoli di imbarco (“scari”) dai quali si facevano scendere i blocchi fino al mare e alle imbarcazioni (“schifazzi”), veniva esportata in tutto il Mediterraneo. Con la calcarenite favignanese sono stati costruiti monumenti, case, chiese e palazzi in tutta la Sicilia (il Teatro Massimo a Palermo e la città di Messina, ricostruita dopo il terremoto del 1908, solo per citare due casi): questa pietra, impropriamente detta tufo, era apprezzata per consistenza e bellezza.

Il Giardino dell’Impossibile è oggi un museo non solo botanico. Racconta la storia di Gabriella, ma anche quella di tanti pirriaturi. Sono loro, i mastri cavatori, che, per circa tre secoli (fino all’introduzione del mattone forato in edilizia), tagliano, staccano, caricano e trasportano i blocchi di calcarenite con l’aiuto di semplici arnesi manuali, brandendo picconi, zappe e mannare (una specie di piccozza con la lama larga e il manico piatto).

 

Qeesto est è un sunto dell’articolo di Luca Giunti apparso in Artribune il 20.09.2018

Tra vento e natura. Il Giardino dell’Impossibile a Favignana

 

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