Grasso Canizzo. Da Vittoria alla Biennale

Grasso Canizzo. Da Vittoria alla Biennale

Questo articolo è un sunto dell’articolo di Luigi Prestinenza Puglisi apparso su Artribune dell’11.04.2017. Lo ri-pubblichiamo perchè Grasso Canizzo è stata selezionata – unica tra gli italiani – insieme al gotha internazionale dell’architettura per la prossima Biennale Architettura di Venezia che si apre il 26 maggio

Non c’è architetto italiano che, al pari di Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, con così poche realizzazioni abbia ottenuto tanti riconoscimenti. Tra questi, una medaglia d’oro alla carriera dalla Triennale di Milano per celebrare poche case private, una piccola torre di controllo a Marina di Ragusa, un paio di locali commerciali, alcune installazioni.
Si tratta di lavori interessanti, e alcuni – le case per vacanze a Noto e a Ragusa –concettualmente molto intensi. Ma credo che il valore della Grasso Cannizzo non risieda tanto nella indiscussa qualità estetica di queste minute opere, che, realizzate da altre mani, sarebbero passate inosservate o degnate di solo qualche sguardo.
Il fascino che emanano è da cercarsi in una formula più complessa all’interno della quale gioca un ruolo determinante il suo personaggio: una icona della resistenza e della sofferenza, che mette in gioco le difficoltà insormontabili dell’architettura in un mondo distratto dalla ricerca di valori superficiali e di facile effetto. E poiché il nostro mondo, proprio perché è futile, adora le storie romantiche ed è attratto irresistibilmente dai personaggi tragici che si contrappongono al successo e alla banalità, insegnandoci i valori e il coraggio che noi non abbiamo, la Grasso Cannizzo è diventata la perfetta archistar della crisi, una archistar al contrario. “Non ho una sede fissa” – ha dichiarato – “e non ho un numero costante di collaboratori, dipende dalle circostanze”. Il suo unico aiuto, una presenza tanto costante quanto trasparente e quindi incapace di farle ombra, Salvatore Ingrao, ha uno studio autonomo. Viene alla mente la figura di Peter Zumthor che dichiara di non tenere in alcun conto i committenti, la loro fretta, le loro piccolezze. Ma, mentre Zumthor ha insegnato a Los Angeles, Monaco, Harvard e Mendrisio e, da abile professionista, sa trasformare in oro il suo altezzoso distacco, la Grasso Cannizzo è pienamente coerente con il suo personaggio. I suoi progetti di trenta e più anni di attività si contano sulle dita: “Nella mia vita professionale”, racconta, “ho realizzato il 2% dei lavori…Il restante 98% è archiviato in fase esecutiva”.

Se chiedete a Maria Giuseppina Grasso Cannizzo chi siano stati i suoi maestri, vi risponderà Franco Minissi

Da Minissi la Grasso Cannizzo ha appreso la regola che una buona architettura è un’operazione mentale, che non parte da preconcetti formali e arriva a un risultato, spesso inatteso, attraverso una serie di passaggi ineluttabili. Che presuppongono un controllo ferreo del dettaglio e della fase esecutiva.
Ma, mentre Minissi fu un grande divulgatore e un professionista di successo, la Cannizzo ha sviluppato questo atteggiamento con uno spirito alla Wittgenstein. Quel Wittgenstein che passava giorni e giorni nel cantiere della casa della sorella a controllare la perfetta messa a piombo di un infisso e che dichiarava al fabbro che anche un millimetro è fondamentale. Scherzando, ho detto più volte alla Giuseppina che l’incontentabile filosofo austriaco si sarebbe trovato in soggezione di fronte a lei, se non altro quando lei stessa lo avrebbe istruito su quanti giri di cacciavite una vite richiedesse per essere ben montata.

In questo senso la Cannizzo, nel panorama italiano, eclettico e piacione, rappresenta un controsenso, una eccezione. È lei l’anti-Boeri, l’anti-Casamonti, l’anti-Zucchi. Perché l’architettura non deve piacere e basta, deve convincere. E per convincere non può addivenire a compromessi. Se no l’incarico lo si lascia, perché non è detto da nessuna parte che lo si debba proseguire a ogni costo, nel momento in cui perde la sua integrità.

Anche la scelta di vivere in un paese sperduto della Sicilia, Vittoria, racconta della Grasso Cannizzo. Che però non è una provinciale. Non si crogiola nel localismo e vive a stretto contatto con Milano e con le altre capitali della cultura e dell’arte contemporanea. Insomma, non la sentirete mai fare l’elogio della cassata o dell’arancino. Vi parlerà sempre delle ultime ricerche dell’arte contemporanea per ricordarvi che, se non va bene la globalizzazione, non ha senso neanche la provincia. Perché la condizione contemporanea non è il chilometro zero ma l’estraneità ai luoghi che si abitano. E che si vive lontani proprio perché si vive ovunque.

Il paradosso è stato che, a distanza di tempo, proprio l’accademia la ha trasformata in una sua eroina. E difatti alla Triennale è stata premiata insieme a Gae Aulenti e Vittorio Gregotti, due personaggi che non potrebbero esserle più lontani. Una ragione c’è. In un’Italia che cerca di sfuggire alle sfide della professione con la retorica del tradizionalismo e della distanza critica, la Grasso Cannizzo non poteva non diventare un’icona.

 

Architetti d’Italia. Grasso Cannizzo, l’archistar della crisi

Aldo Premoli

Aldo Premoli

Nato a Milano, vive tra Catania, Cernobbio e gli Usa, dove lavorano i suoi figli. A partire dal 1989 ha diretto periodici specializzati del settore abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. o in quello dell’arte conpemporanea come “Tar magazine”. Blogger di Huffington Post Italia e Artribune è co-fondatore dell’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e del Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome.

Direttore responsabile Aldo Premoli – Direttore editoriale Pierluigi Di Rosa - Edito da: Editori Indipendenti S.r.l. via Firenze, 20 – 95128 Catania