La moda a un bivio. Intervista a Chiara Campione di Greenpeace

SudStyle si occupa spesso di moda e bellezza. Sono argomenti piacevoli e fanno parte della vita di ogni giorno.

Ma il divertimento – perché di questo si tratta – non esime dall’utilizare il cervello sempre e comunque, dal fermarsi, ogni tanto a pensare per capire che cosa si sta maneggiando.

Per questo all’inizio di questo nuovo anno propongo un’intervista realizzata qualche settimana fa, proprio sulla moda.

Per qualcuno potrebbe esere sorprendente, ma le cose stanno proprio così.

Il tessile-abbigliamemto nel suo complesso, secondo solo dopo quello dell’estrazione di idrocarburi, è il settore produttivo più inquinante al mondo. Dietre le immagini accattivanti che provengono dal mondo del fashion ci sta un problema enorme.

Che riguarda il futuro del pianeta e in particolare i più giovani che su questo pianeta sono destinati a transitare ancora a lungo e difatti hanno cominciato a capirlo.

Il primo dossier dedicato alla moda Greenpeace lo ha presentato nel 2011. Detox my fashion è nato quasi per caso come racconta Chiara Campione, International Projec Leader della campagna di sensibilizzazione che ne è scaturita.

Nell’ultimo Fashion at the crossroad (2017) Greenpeace raccoglie quasi 400 esempi di alternative al modello corrente di industria della moda, che consuma troppe risorse. Viene così presentata una rassegna di soluzioni già praticate che aiutano a disegnare un futuro più sostenibile per la produzione di tessuti e abiti.

Abbiamo rivolto qualche domanda a Chiara Campione che proprio di inquinamento e tessile si occupa per questa organizzazione. Ecco le sue risposte

Perché avete iniziato ad occuparvi di abbigliamento?

L’innesco é stato casuale. Una serie di campionamenti effettuati per comprendere le ragioni della contaminazione di una parte delle risorse idriche del Sud-est asiatico ci ha messo di fronte a fiumi colorati di verde acido o rosa fucsia.

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Cercando di capire cosa stava succedendo siamo risaliti a distretti tessili in cui avvenivano processi a umido utilizzando grandi quantità di sostanze chimiche pericolose contenute in coloranti o impermeabilizzanti. Quei fiumi dell’Indonesia, delle Filippine o della Cina erano colorati con gli stessi colori di tendenza intravisti sulle passerelle poco tempo prima.

Come avete proceduto?

Una volta individuati i distretti tessili – con non poca fatica – siamo risaliti ai nomi dei brand che li utilizzavano. Contemporaneamente abbiano iniziato lo screening chimico per individuare quali sostanze chimiche pericolose fossero responsabili di quel che vedevamo. La campagna Detox my fashion è nata così: da una parte c’è l’elenco delle aziende individuate e a fianco le tabelle delle sostanze chimiche pericolose utilizzate nelle loro filiere, con la specifica del luogo di utilizzo e dei capi coinvolti.

Le sostanze rilevate nelle acque dei fiumi sono  presenti anche nei capi messi in vendita?

Purtroppo sì. Alcune di queste sostanze hanno un impatto devastante sull’ambiente:  nella maggior parte dei casi sono persistenti, non si degradano anche per decenni. Altre sono interferenti endocrini, come quelle che causano la femminilizzazione dei pesci. Le une e le altre raggiungono tutti noi attraverso la catena alimentare, ma anche attraverso i capi che indossiamo – sebbene qui siano presenti in concentrazioni inferiori.

Detox my fashion risale al 2011. Da allora è cambiato qualcosa?

La campagna è iniziata ponendosi come target prima le aziende delle sportwear responsabili di questa situazione. Siamo poi passati al fast fashion, poi al luxury e in fine ci siamo concentrati su quelle dell’outdoor che utilizzano grandi quantità di impermeabilizzanti.

Con quali risultati?

Da allora 80 grandi aziende hanno aderito all’iniziativa (60 italiani) che prevede l’ impegno a pubblicare su piattaforme pubbliche tutte le analisi e i passi avanti fatti per sostituire con altri procedimenti l’utilizzo di chimica nociva. Ora la campagna Detox è in fase di chiusura ma abbiamo previsto una timeline 2011-2020 in cui continuiamo a monitorare. Dall’ultimo assestement che risale al 2018 risulta evidente non solo le aziende che hanno aderito apertamente alla campagna. Ma Detox ha prodotto anche effetti  positivi indiretti: molte altre hanno fatto passi decisi in questa direzione: almeno il 15% della produzione mondiale (in termini di fatturato) ha rinunciato all’utilizzo di istanze chimiche pericolose tra quelle segnalate nel 2011. Le concentrazioni di queste sostanze negli indumenti e nelle acque sono sensibilmente diminuite. pochissime sono rimaste in circolazione.

Tutto bene dunque?

Non proprio. Il problema da affrontare ora è il consumo eccessivo dei prodotti tessili. L’economia circolare è sulla bocca di tutti, ma dietro questa bella etichetta si nasconde un sogno impossibile: la circolarità non può possa risolvere il problema del consumo eccessivo di risorse. La moda a un bivio è il nostro ultimo report: suggerisce un approccio olistico per tentare di chiudere il ciclo di vita dei prodotti tessili: un modo molto più complesso di quello attualmente sbandierato dagli uffici marketing dei brand.

 

Aldo Premoli

Aldo Premoli

Nato a Milano, vive tra Catania, Cernobbio e gli Usa, dove lavorano i suoi figli. A partire dal 1989 ha diretto periodici specializzati del settore abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. o in quello dell’arte conpemporanea come “Tar magazine”. Blogger di Huffington Post Italia e Artribune è co-fondatore dell’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e del Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome.

Direttore responsabile Aldo Premoli – Direttore editoriale Pierluigi Di Rosa - Edito da: Editori Indipendenti S.r.l. via Firenze, 20 – 95128 Catania