Nove piazze per le Sardine siciliane. Solo un fenomeno?

Nove piazze per le Sardine siciliane. Solo un fenomeno?

Ma non è dell’aspetto elettorale – non spetta a un a testata come SudStyle – che ci volgiamo occupare qui.  Su cosa siamo effettivamente le sardine e quale sarà la loro parabola politica si stanno affannando in molti, interessati a comprendere sullo short term se si tratti di un pericoloso nemico o un possibile alleato.

Ecco allora una breve riflessione che considera innanzitutto  la forma estetica dei ragazzi che partecipano a questo movimento.

I fondatori del movimento appartengono alla Gen Y (o Millennial o Net generation nati tra i primi anni Ottanta e i Novanta) e annoverano tra i loro seguaci appartenenti alla contigua Gen Z, questi ultimi molto vicini anche alle istanze di Greta Thunberg.

Sono tutti accomunati dall’avere meno di 40 anni, hanno una dimestichezza naturale con il web, ma soprattutto non si lamentano più per la situazione precaria, scivolosa, de-strutturata in cui a differenza delle precedenti generazioni sono cresciuti: nemmeno per osservazione esterna del resto ne hanno mai conosciute altre.

Mattia Santori ovunque indossa maglieria spessa a pelle, i capelli afro-green sono un suo segno distintivo, esattamente come il sorriso pulito e i denti bianchissimi di Giulia Trappoloni. Jasmine Cristallo non risparmia il trucco alle labbra e l’attenzione al capello lucido ma naturale.

Queste potrebbero essere osservazioni corrette, ma sono solo di superficie, perché su di loro i parametri usuali con cui “gli esperti di moda“ guardano alla realtà appaiono preistorici.

Il fatto è che la rappresentazione sociale distintiva fornita dalla scelta dell’abbigliamento – l’immagine proposta si sarebbe detto un tempo – per queste generazioni sembra svanita, polverizzata.

La felpona da “individuo” comune (prevalentemente senza cappuccio),  il riferimento ai simboli delle forze dell’ordine salviniani sono una messa in scena politicante simmetrica al doppiopetto da finanziere berlusconiano, persino all’abituccio da neo-ministro pentastellato.

Segni, maschere, topos dentro cui calarsi come si fa con una muta da palombaro: buona per rafforzare un’identità di per sé (spesso) inesistente e insieme agganciare altre numerose individualità in cerca di conferma.

In fondo è sempre stati così, nei secoli dei secoli: l’abbigliamento di monarchi e prelati esattamente come gli eskimo dei contestatori sessantottini comunicavano una posizione sociale definita o – nel caso dei movimenti – un ethos condiviso.

Ora qualcosa sembra cambiato. Lo scivolamento formale per Gen Z e Gen Y (sardina o non sardina) ha a che fare con una trasformazione generazionale-sociale profonda, globale e molto probabilmente irreversibile.

Per questo gruppo anagrafico l’outfit di riferimento è divenuto un “mezzo performativo”. Che si tratti di un capo second hand o di uno straccio ornato, di un make up vistoso o completamente naturale tutto è sentito come  intercambiabile, occasionale, precario esattamente come la vita che questi giovanotti e giovanotte sono abituati ad affrontare. Qualsiasi capo d’abbigliamento è inteso a come temporaneo, utile a una funzione-occasione, che non impegna la propria autodefinizione.

Impossibile non sentire antiche, inadeguate persino “poverine” le interpretazioni dei portavoce della politica tradizionale impegnati a non spostare di un millimetro l’immagine impostata e riconosciuta, a non invecchiare mai a diventare sempre meno credibili, sempre più simili a ologrammi.

Aldo Premoli

Aldo Premoli

Nato a Milano, vive tra Noto, Cernobbio e gli Usa, dove lavorano i suoi figli. A partire dal 1989 ha diretto periodici specializzati del settore abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. O in qiello dell’arte contemporanea come “Tar magazine”. Blogger di Huffington Post Italia e Artribune è co-fondatore dell’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa

Direttore responsabile Aldo Premoli – Direttore editoriale Pierluigi Di Rosa - Edito da: Editori Indipendenti S.r.l. via Firenze, 20 – 95128 Catania