Il Sogno dell’Arte Urbana. A Palermo

Il Sogno dell’Arte Urbana. A Palermo

“Foresta Urbana”, la  mostra ospitata a Palermo fino allo scorso 20 gennaio, tra Palazzo Riso e l’antistante Piazza Bologni, ha avuto più di un merito.

Curata da Paolo Falcone, ha potuto contare su una squadra di artisti di altissima caratura, non dimenticando di affiancare star come Ai Weiwei a Jimmy Durham, da Olafur Eliasson a Carsten Höller, da Ernesto Neto a Richard Long con  nomi italiani di sicuro valore, da Francesco De Grandi a Luca Vitone

Ha inolte favorito la necessaria  cooperazione tra istituzioni pubbliche e realtà private. La mostra era promossa e realizzata dalla Fondazione Cultura e Arte, emanazione della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, in collaborazione con la Città di Palermo e col contributo progettuale e l’ospitalità del Polo Museale Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea, di cui il Museo Riso fa parte. Sinergia virtuosa, con un sistema locale ancora fragile che inizia a beneficiare dell’azione forte di (pochi) mecenati, collezionisti, filantropi. E che meriterebbe il coinvolgimento di grossi gruppi industriali, fondazioni bancarie, imprenditori.

Di “Foresta Urbana” restano, due opere. Nel plesso della Biblioteca Comunale l, sarà collocata l’installazione di Sara Goldschmied & Eleonora Chiari Genealogia di Damnatio Memoriae, Palermo1947-1992: due alberi imponenti diventano simulacri testuali, tra l’ombra del passato, il monito dei giusti e un’idea luminosa di futuro, grazie a una scrittura incisa che restituisce una mappatura genealogica. Non nomi di famiglie e di casati, ma quelli delle molte vittime di mafia cadute a Palermo e dintorni, da Portella della Ginestra fino alla strage di Via d’Amelio. Magistrati, poliziotti, carabinieri, politici. Un’ecatombe che ha stigmatizzato l’identità di un luogo, consegnandola al sentimento della paura e del disprezzo.

Una seconda installazione sopravvive alla mostra. Vuole canti di Luca Vitone, a Piazza Bellini, in un confronto stimolante con il complesso arabo-normanno di San Cataldo. Dopo aver studiato le caratteristiche botaniche di diciotto alberi di specie diverse, analizzandone anche le relative suggestioni antropologiche e mitologiche, Vitone ha proseguito la scrittura del mito arboreo, associando a ciascuna pianta il nome di un artista contemporaneo italiano della sue generazione, sulla base di affinità di pensiero, di sguardo, di percorso. Alberi, ancora una volta, come creature senzienti, pensanti, meritevoli d’attenzione dal punto di vista dell’organizzazione sociale e persino della ‘strategia politica’, in tema di democrazia e relazione col territorio, di identità multipla, capacità di adattamento, resistenza.

L’uomo che sta dietro tutto questo, come mediatore, promotore e produttore, è il grande mecenate Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Terzo Pilastro, vero appassionato d’arte pubblica e arte urbana.

Il suo sogno per Palermo è più vicino a un’utopia: disseminare opere per la città, impiantando tra i palazzi e i vicoli del centro un giardino di segni e di forme del contemporaneo. “Foresta Urbana” ne realizzò un pezzetto, facendosi manifesto ed esperimento nel racconto tra le sale del museo e nella sua proiezione sulla piazza di fronte.

E adesso da lì Emanuele riprende il discorso, insieme al Sindaco Leoluca Orlando, per continuare a seminare su quel terreno fertile – ancorché ad ostacoli – che oggi somiglia a una sconfinata prateria: la grande arte pubblica a Palermo è una storia tutta da inventare. Se qualcosa di strutturato, di costante, che poggi su una volontà istituzionale autentica, avrà modo di sorgere davvero, è difficile da dire. Alle false partenze e alle improvvise interruzioni la Sicilia è più che abituata. La presenza del privato, in tal senso, è linfa preziosa.

 

Questo testo è un sunto dell’articolo di Helga Mrsala apparso in Arribune l’1 gebbario 2019

Dopo “Foresta Urbana”. Due opere in mostra restano a Palermo, mentre si punta sull’arte pubblica

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