
Non sappiamo, non è chiaro, non è esplicitamente detto quali siano le ragioni che hanno portato la Presidente del Consiglio di Amministrazione del Teatro Stabile di Catania a dimettersi.
Abbiamo ricevuto, noi come tutti gli altri media, una comunicazione dal suo ufficio stampa che termina così:
“Con preghiera di pubblicazione. Grazie mille per la disponibilità e collaborazione”.
In allegato, due documenti.
Il primo è una scarna lettera di dimissioni.
Il secondo è un lungo elenco delle imprese di questo ente culturale pubblico durante il mandato dell’ormai ex Presidente.
Sia il primo sia il secondo documento recano questa intestazione:
“Al Presidente della Regione Siciliana, all’Assessore al Turismo della Regione Siciliana, al Sindaco della Città di Catania e della Città Metropolitana di Catania, al Presidente dell’Ente Teatro di Sicilia”.
La lettera di dimissioni aggiunge:
“Ai Consiglieri d’Amministrazione del Teatro Stabile della Città di Catania: Vicepresidente Notaio Carlo Zimbone, Dott. Raffaele Marcoccio, Prof.ssa Ida Nicotra, Prof. Enrico Nicosia”.
L’ex Presidente non ha ritenuto di rivolgersi direttamente (anche) agli spettatori: quel pubblico che, trattandosi di un ente pubblico — e dunque di “proprietà” dei cittadini che pagano le imposte — costituisce il primo e vero interlocutore.
Non ha ritenuto di rivolgersi alle maestranze del teatro, sia quelle stabili sia quelle “nomadi” (gli artisti che hanno calcato o potrebbero calcare quelle scene).
Fa riflettere questo atteggiamento, dal punto di vista formale “ineccepibile”: da una parte ci si rivolge alla burocrazia politico-amministrativa direttamente e con sussiego; dall’altra si invitano i media a darne notizia ai comuni mortali.
Infine.
La notizia di una funzionaria che si dimette viene data in pasto ai media senza che le ragioni vengano spiegate chiaramente, come invece il pubblico di un’istituzione pubblica avrebbe diritto di conoscere.
Come ultimo gesto, però, arriva un lungo elenco di meraviglie compiute durante il suo mandato.
Qualcosa non quadra. I casi sono due:
- siamo di fronte al primo atto di una commedia (uso un termine drammaturgico), con sviluppi ancora da venire;
- siamo di fronte all’inveterata attitudine della burocrazia statale a considerare di proprietà lo scranno del potere, che i cittadini contribuenti consegnano temporaneamente al candidato di turno, nella speranza che lo gestisca al meglio: un atteggiamento diffusissimo che si ripete nei secoli dei secoli.
Ps. siamo ovviamente disponibili a pubblicare qualsiasi ulteriore chiarimento proveniente da chi di competenza











